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1° CONGRESSO DEGLI SCIENZIATI LTALIANI


La prima dimostrazione dell’esistenza di una cultura italiana unitaria fu nel 1839 a Pisa, con il 1° Congresso degli Scienziati ltaliani, di cui l’Hotel Royal Victoria ospitò i rappresentanti.

Scienziati italiani a congresso prima dell’unità

Non furono italiani i primi promotori dei Congressi degli scienziati italiani che si tennero in vari centri della penisola tra il 1839 e il 1847. Prima di acquistare nel corso degli anni un crescente rilievo politico, in senso unitario e nazionale, l’iniziativa era sorta e si era sviluppata grazie a sollecitazioni esterne, non propriamente ‘patriottiche’. Nelle proposte avanzate dal matematico inglese Charles Babbage e nell’attivismo di Carlo Bonaparte, principe di Canino, si può avvertire una remota ispirazione baconiana, enciclopedistica, paneuropea, forse un’eco massonica. Fin dal 1828 Babbage, viaggiando in Italia e in Germania, ebbe diversi incontri con uomini di scienza continentali. Notandone l’isolamento, lanciò un articolato progetto per dar vita a un’accademia europea. Ebbe contatti in tal senso con l’unica istituzione ‘nazionale’ ereditata dal cosmopolitismo del Settecento, l’Accademia dei XL fondata nel 1787 dal matematico Antonio Maria Lorgna, e con il granduca di Toscana Leopoldo II.

Il congresso di Pisa del 1839

Il seme gettato da Babbage era destinato a fruttificare soltanto un decennio più tardi, grazie all’iniziativa di Carlo Bonaparte, che riuscì a convincere il medesimo granduca a ospitare a Pisa nel 1839 la prima grande Riunione degli Scienziati Italiani. Il nipote di Napoleone, italiano di adozione ma educato come ornitologo negli Stati Uniti, reduce da incontri e congressi tenuti in Francia e in Germania, insisté sulla necessità di combattere “lo stato di torpore in cui siamo caduti” stabilendo contatti permanenti tra i cultori italiani delle varie discipline scientifiche e i loro colleghi stranieri. Era il primo passo per dare una maggiore visibilità e popolarità alla ricerca scientifica coltivata da ristrette élite, chiuse nei recinti delle università e delle accademie dei vari Stati, e per stabilire una rete costante di contatti tra docenti e sperimentatori.

Com’era inevitabile, nel consesso pisano del 1839 rubarono la scena i toni celebrativi e l’appello alle radici italiche della rivoluzione scientifica del Seicento. Fu un modo per declinare senza drammi 'l’italianità' degli scienziati provenienti dai vari Stati – eccetto lo stato pontificio, che aveva negato il consenso ai suoi sudditi – e insieme mostrare gratitudine al principe illuminato, che aveva largito il “permesso che si tenesse in Toscana una riunione scientifica alla maniera di quelle che si ammirano principalmente in Inghilterra e in Germania”.

Le glorie del Granducato in età medicea e i meriti dei suoi scienziati furono infatti evocati il 3 ottobre, nell’aula magna della Sapienza pisana, nell’allocuzione solenne tenuta dall’algebrista Ranieri Gerbi e dedicata a Galileo e al Cimento, a “Torricelli, Viviani, Redi, Magalotti ed altri molti che da Firenze diffusero luce in tutta Europa”. Il richiamo alle radici aiutava a non enfatizzare più di tanto le implicazioni unitarie del progetto, mentre la messa solenne cui i congressisti parteciparono in Duomo sdrammatizzò l’omaggio alla nuova statua di Galileo, opera del livornese Paolo Emilio Demi, inaugurata nell’aula magna, “luogo nobilitato dagli insoliti adornamenti, gli armoniosi concenti musicali, infine la pompa degli omaggi poetici”.

I congressisti italiani e stranieri furono 428. Tra i luminari spiccavano i nomi dello storico della scienza Vincenzio Antinori, del fisico e studioso di ottica Giovanni Battista Amici, del medico-educatore Maurizio Bufalini, dell’abate Pietro Configliachi, collaboratore di Volta e studioso di elettromagnetismo, dell’epidemiologo Giacomo Barzellotti e soprattutto dell’onnipresente principe Carlo Bonaparte, al quale fu affidata la presidenza della sezione di botanica e fisiologia generale.

Il volume degli atti del 1839 testimonia un notevole sforzo di organizzazione dei lavori in sei sezioni: chimica, fisica e matematica; geologia; botanica e fisiologia; zoologia e anatomia comparata; agronomia e tecnologia; medicina. Questo stesso schema era destinato a fornire una struttura pressoché costante anche ai successivi congressi pre-quarantotteschi, che si tennero con cadenza annuale a Torino (1840), Firenze (1841), Padova (1842), Lucca (1843), Milano (1844), Napoli (1845), Genova (1846), Venezia (1847).

Dai convenuti a Pisa emerse la volontà comune di far sì che le iniziative successive fossero altrettante occasioni non solo per stabilire contatti frequenti tra i ricercatori, ma anche per raccomandare l’utilità degli studi scientifici alla pubblica opinione e divulgare l’etica peculiare della ricerca sperimentale: collegialità, laicità, rifiuto del principio d’ autorità, criteri di verificazione e di prova, filantropia e finalità pratiche della scienza. Inaugurando a Firenze il terzo congresso, nel settembre 1840, Cosimo Ridolfi, uomo politico e professore di agraria, affermò: “Oggi lo stringersi insieme, il conviver fraterno, il conferire amichevole è più che un’utilità scientifica; è un’utilità morale, è un serbar viva la virtù in quegli animi che la l’industria e l’interesse tentano congiungere, soltanto come un comune disegno e un lavoro comune congiungono le api e i castori”.

(fonte: Treccani)








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